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«La mia maratona contro il cancro: rinato grazie a giovani medici veneti»

February 26, 2018

La storia del rugbista Stevanato è uno stimolo a non arrendersi alla malattia: «a ottobre correrò a Venezia»

 

 

«Il 27 aprile dello scorso anno mi sono fatto 8 ore di intervento: una maratona. Il 4 luglio, dopo tanto tempo trascorso tra ospedale e casa, sono uscito per la prima volta a fare due passi: da una piazza all’altra di Noale avrò percorso in tutto 250 metri e ci ho impiegato un’ora. Il 19 novembre ho iniziato a fare i primi chilometri di corsa: l’altro giorno ne ho fatti addirittura 10. E il prossimo 28 ottobre voglio compiere la mia sfida: correre la maratona di Venezia». I giorni contati. Quelli di una «malattia subdola, che spesso non lascia scampo». Quelli di Fabrizio, che dopo aver imboccato la stretta via di fuga da un tumore al pancreas ora guarda ad altre corse contro il tempo. Per dare un distacco alla morte e avvicinare la speranza.

Fabrizio Stevanato è un lungagnone ben piantato. Allenatore di rugby, amante del volo con brevetto di pilota in mano, ha le fattezze da montagna rocciosa, con una vetta abbastanza prossima ai due metri. Visto da fuori riesce difficile pensare di scalfirlo. Il paradosso è che a minarlo dentro «è stato un organo che ha la consistenza del burro». Operare e suturare il burro: è quello che fanno almeno una volta al giorno (più di 3.500 interventi dal 2010 ad oggi) i professionisti dell’unità chirurgica dell’istituto del Pancreas di Verona, collegato all’azienda Ospedaliera Universitaria della città scaligera e primo centro italiano di integrazione multidisciplinare interamente dedicato alle malattie del pancreas.

Perché «i tumori, le patologie legate al pancreas sono di vario tipo». Casistiche e casualità moltiplicano a dismisura la complessità del “burro”. «Sai cosa c’è di particolare? – spiega Fabrizio dalla cattedra della sua esperienza – C’è che questa malattia non ha sintomi. Scopri di averla per caso. Per il mio compagno di ricovero, ad esempio, il caso è coinciso con un incidente stradale: furono proprio le verifiche sulle conseguenze, peraltro nulle, di quell’incidente che portarono alla scoperta del tumore. Per me invece tutto è iniziato dopo l’asportazione di un neo alla schiena. Da un primo controllo post-intervento mi avevano riscontrato una macchia nella zona del rene. Poi una tac mi ha dato il responso che non avrei mai voluto sentire…».

Da quel momento la montagna umana di Fabrizio comincia a franare: «mi è mancata l’aria. E la terra sotto i piedi sembrava non sostenermi più. Mi sarebbe andata bene qualsiasi cosa: purché il mondo riprendesse a girare», scrisse in una lettera di ringraziamento all’equipe medica, pochi giorni dopo l’operazione-maratona. Nel corso delle settimane successive, tra il maggio e il giugno del 2017, il suo calvario personale gli ha riservato altre tappe: un’infezione addominale, una degenza ospedaliera lunga un mese e mezzo, un carico glicemico allarmante, l’alimentazione con il sondino. Giocoforza, la montagna si è fatta meno imponente. Ma per Fabrizio i 22 chili persi non sono stati l’emblema di un countdown, di giorni contati verso la fine.

Proprio da lì, il calendario della vita ha ripreso ad espandersi, a riguadagnare giorni e stagioni.«Papà, già ti prepari per la maratona? Ma alla maratona mancano ancora nove mesi!» esclama incredulo per quel tempo lungo che si profila all’orizzonte il figlio di 8 anni, mentre ascolta il padre che comincia a raccontare una sfida che sa di progetto, con gli occhi rivolti al futuro. «L’idea che i medici mi hanno lanciato, come stimolo e obiettivo di rinascita, è stata proprio quella di lasciare alle spalle quelle lunghe 8 ore della mia operazione. Di passare – spiega ancora il 43enne di Spinea da anni residente a Noale, nel veneziano – da una maratona ad un’altra, di ben altro tenore».

La storia di Fabrizio è una storia di buona sanità: «non solo perché ho incrociato dei professionisti di grande qualità e per giunta giovani, ma perché attraverso il lavoro di persone come loro l’elemento umano, anche creativo, viene ad occupare un ruolo cruciale. Pensando a quei giorni difficili non posso ad esempio dimenticare la straordinarietà di un paio di concerti organizzati in corsia, uno dei quali è stato tenuto da I Camaleonti. Il legame che si è creato con Claudio (Bassi, primario), Giuseppe (Malleo, chirurgo), Elisabetta (Sereni, medico), Beatrice (Personi, caposala) e con tutto il personale infermieristico, è andato oltre il tempo della mia degenza o dei controlli periodici. Ed oggi è diventato progettualità».

Fabrizio è un fiume in piena quando si tratta di ricordare nomi e persone che lo hanno aiutato in questo suo percorso. Un elenco lungo che tocca anche i reparti di oncologia (Grazia Artioli e Lucia Borgato), cardiologia (Cristina Pasqualetto) e dermatologia (Pier Luigi Lodi) di Mirano. Non da ultima la sua preparatrice atletica, Angelica Pezzato. «Per me sarebbe importante citarli e ringraziarli»: come si fa a dire di no se quei nomi corrispondono a pezzi di vita riconquistata.

«La mia non è una sfida personale e solitaria. Stiamo facendo un lavoro di coinvolgimento, con il supporto dell’Asl veronese, sia di persone che hanno vissuto sulla loro pelle il tumore al pancreas sia di aziende per macchinari chirurgici che operano in questo specifico ambito. Poco per volta aggiungiamo tasselli e anche un gruppo di studenti di medicina di Padova vuole darci una mano. L’obiettivo minimo è di raccogliere fondi per dotare l’unità chirurgica di nuovi pc portatili, ma il senso stesso dell’iniziativa va oltre». E nell’oltre che verrà portato alla Venice Marathon c’è sicuramente il valore della testimonianza: «le iniziative sul cancro sono molte, ma parlano quasi sempre alfemminile. Credo che, soprattutto per gli uomini, sia necessario superare un certo chiudersi a riccio, un nascondersi e un vivere la malattia come un marchio vergognoso».

Ma tra le molle che hanno spinto Fabrizio a muovere le gambe per correre ce n’è una in particolare: «ogni volta che vado a Verona per fare i controlli di routine mi congedo dai medici bevendo con alcuni di loro un caffè alle macchinette. Ogni volta, in quello spazio, incrocio gli sguardi di terrore dei parenti di chi in quel momento si trova in sala operatoria. Persone in attesa, che chiedono una parola tranquillizzante dai medici. Ogni volta i medici, per rispondere, mi indicano da testa a piedi dicendo ai parenti: «Vede questo signore? Pochi mesi fa era anche lui in sala operatoria e oggi è così: in piedi e in forma». Ed ogni volta vedo nei loro occhi increduli un’iniezione di fiducia. E così corro: dal mio tornare a star bene vorrei ricavare una piccola medicina di speranza e coraggio per gli altri».